mi chiama mio padre, venerdì sera: “Domani venite a Neustift a vedere la partitella?”. Significa 500 e passa chilometri per assistere a un incontro Genoa provvisorio – Squadretta di paese dilettantesca, con possibilità di non capire un cazzo di quel che ti diranno gli abitanti del luogo sito in Austria, e impossibilità di aprire le Cappe sia venerdì che sabato, dichiarando praticamente conclusa la stagione.
Ovviamente accettiamo, e sabato mattina bello presto ci mettiamo in movimento, destinazione Valle dello Stubai.
“Chissà quanti genoani troveremo per strada!”, “No, vedrai che gli altri sono partiti prima”, “No, vedrai che non ne verrà nessuno, è uno sbattimento che non tutti hanno voglia di affrontare”.
Il primo contatto con una macchina targata GE lo abbiamo a Verona, in coda. Una coppia di anziani che non sfoggia i colori, ma ce la facciamo bastare, tiro giù il finestrino e gli grido dietro “Alua, stu Zena?”. Ridono, perlomeno non sono ciclisti.
Il bollino rossoblù lo vediamo su un'altra macchina, che ci troviamo di fronte alla coda successiva, prima di Trento. Fra la prima e la seconda sono passate due tre ore, ma non abbiamo percorso tanti chilometri come ci saremmo aspettati, e ne passeranno altre prima di poter giungere all'ultima delle tante code beccate durante questo viaggio, quella prima del Brennero.
Compriamo il bollino per entrare nelle autostrade austriache, terrorizzati dalle leggende che girano negli autogrill, di pattuglie di poliziotti sanguinari che ti fermano e se non ce l'hai esposto ti legano e ti obbligano a mangiare tonnellate di sauerkraut.
Al confine mio padre chiede al casellante se è vera questa storia del bollino, e questo risponde con la faccia furbetta: "Nein! Serfe solo topo Innsbruck!". "Ladendiebe!", rispondo io da dietro, memore di vecchie lezioni delle superiori.
Comunque alla fine siamo nella valle dello Stubai, e aguzziamo la vista in cerca di bandiere rossoblù. Ci sono baite, case e mucche, ma di bandiere..
Guarda, ce n'è una lì che sventola, sarà quella del campo? Dietro c'è un campetto circondato da striscioni troppo familiari per non essere quelli di Marassi, siamo arrivati!
La fame la fa da padrona, e ci infiliamo nel primo punto di ristoro che vediamo, il baretto del campo.
È un po' la versione austriaca del baretto della bocciofila, solo che lo capiamo troppo tardi; ora domandatevi cosa potrebbe succedere al baretto di una bocciofila se un giorno gli si presentassero tremila austriaci che vogliono mangiare e non parlano una parola di italiano, e vi sarete fatti un'idea approssimativa di quel che ci succede quando ordiniamo il pranzo da un menù incomprensibile.
Io ho modo di verificare che tutto il mondo è paese, quando chiedo una Wiener Schnitzel e ricevo una Milanische Kotolette. Il contorno dovrebbe essere diverso, ma non ho modo di assaggiarlo, la signora me lo sparge per tutto il tavolo.
Riusciamo comunque a riempirci la pancia, e dopo aver faticato ulteriormente per pagare il conto ci svacchiamo sul prato, mentre Marzia va a fare due foto.
Quando torna ha in mano i biglietti per la partita, settore ovviamente prato, e ci racconta di avere visto un sacco di gente. "Papa Waigo? L'hai visto?", "No, però ho fotografato Fabrizio Preziosi", "Vabbè, andiamo a vedere, magari arriva".
Papa Waigo no, però arriva un pulmino di giocatori, c'è uno che si fa riempire la bottiglia da Juric con il gatorade che bevono loro, e lui si presta. E' in ciabatte come un turista tedesco, ma la faccia è sempre quella del profugo slavo. Poi incontriamo Pinuccio Brenzini, che si fa fare la foto e rivela a un turista terrorizzato che la società è fallita e tutti i giocatori sono in vendita. Entra va, che è meglio.
Il cronista è austriaco, e presenta la squadra avversaria dai nomi altrettanto austriaci. Non credo che ne conoscerei qualcuno neanche se riuscissi a decifrare quel che esce dagli altoparlanti, ma così è proprio impossibile. I nostri sono sempre quelli, l'organico non è completo, nonostante alcuni vengano chiamati lo stesso, e la partita comincia.
Ho visto solo il primo tempo, nel successivo giocavano tutti dall'altra parte del campo e ne ho approfittato per svenire, ma da quel che ho visto posso ricavare quanto segue:
- Papa Waigo è veloce e preciso, ci darà delle soddisfazioni;
- Borriello si propone e vede il gioco;
- Bovo fa il difensore alla De Rosa, e cerca di darci di testa;
- Di Vaio è in fuorigioco.
Ora aspettiamo di vederli giocare contro una squadra vera, il prossimo venerdì a Pavia. Io non ci posso andare, per televisione non credo la trasmetteranno, speriamo che facciano almeno la radiocronaca.
Per quanto riguarda Neustift c'è poco da raccontare, dicono che ci siano anche degli austriaci, sebbene non ne abbiamo visto nessuno, ma il paese lo abbiamo girato poco, e non ci siamo avventurati oltre la strada principale e la piazzetta. Pare che ci fosse anche una seconda piazza più piccola con una panchina, forse gli autoctoni si trovavano tutti lì a raccontarsi barzellette sui tedeschi e scambiarsi pareri sul fatto che i calzini coi sandali vanno bianchi o si possono indossare anche colorati.
Dopo la partita abbiamo cenato in uno dei ristoranti in piazza, il menù era in italiano, e il luccio-perca che ho mangiato è tornato nella notte a vendicarsi. Ciò non mi ha impedito di consumare una colazione fastosa nell'hotel più caldo del mondo, e un altrettanto ampio pranzo all'autogrill, sulla via del ritorno.
Alla prossima.

"Nube che Corre" è il soprannome indiano di Luigi Dalla Costa, ex presidente del Genoa. Se lo scelse da solo, e gli piacque talmente tanto che lo scrisse pure sulle casacche della squadra, al posto dello sponsor. Il simbolino invece lo scovò disegnato nel sottopasso vicino al suo albergo. E ciò dovrebbe far capire molte cose sul personaggio in questione.








«Bovo al Genoa in comproprietà